venerdì 8 febbraio 2013
domenica 30 dicembre 2012
venerdì 12 ottobre 2012
Palumbo a Lucca Games? Ebbene sì!
Giovedì 1 novembre alle ore 15,30 presso l’Antico Caffè delle Mura sarà presentato il card game “La sfida delle 12 Porte · Palazzo Magnani”.
Lo scenario della Sfida delle 12 Porte·Palazzo Magnani prende spunto da un evento reale, un misterioso incontro avvenuto sotto le Due Torri quasi un secolo prima:
(...) Nel giugno 1491 Andrea Magnani, personaggio di spicco in città, incontra due celebri umanisti inviati da Lorenzo il Magnifico in cerca di antichi manoscritti greci.
Sono il Poliziano e Giovanni Pico della Mirandola, appassionato di cabala.
Entrambi moriranno misteriosamente avvelenati da lì a poco.
E i manoscritti dove sono?
Trovare all’interno di Palazzo Magnani le monete e recarsi dal mercante che possiede i documenti segreti sarà lo scopo del gioco.
I giocatori sono chiamati a sfidarsi prima fuori dal Palazzo, tra strade e canali cittadini, successivamente tra le diverse stanze dell’edificio progettato da Domenico Tibaldi.
Sullo sfondo, la Bologna tardocinquecentesca dei Carracci, di Michelangelo, dei Bentivoglio e di Lorenzo Magnani, con l’incubo di una razzia, della peste o di una carestia pronte a sconvolgere tutti i piani di gioco.
Per la prima volta, uno dei più importanti gruppi bancari europei utilizza come strumento di comunicazione e divulgazione della sua nobile sede ( Palazzo Magnani) un gioco di carte; il palazzo infatti, recentemente restaurato, è la sede di Unicredit.
E Palumbo? Venite a Lucca e lo saprete.
Lo scenario della Sfida delle 12 Porte·Palazzo Magnani prende spunto da un evento reale, un misterioso incontro avvenuto sotto le Due Torri quasi un secolo prima:
(...) Nel giugno 1491 Andrea Magnani, personaggio di spicco in città, incontra due celebri umanisti inviati da Lorenzo il Magnifico in cerca di antichi manoscritti greci.
Sono il Poliziano e Giovanni Pico della Mirandola, appassionato di cabala.
Entrambi moriranno misteriosamente avvelenati da lì a poco.
E i manoscritti dove sono?
Trovare all’interno di Palazzo Magnani le monete e recarsi dal mercante che possiede i documenti segreti sarà lo scopo del gioco.
I giocatori sono chiamati a sfidarsi prima fuori dal Palazzo, tra strade e canali cittadini, successivamente tra le diverse stanze dell’edificio progettato da Domenico Tibaldi.
Sullo sfondo, la Bologna tardocinquecentesca dei Carracci, di Michelangelo, dei Bentivoglio e di Lorenzo Magnani, con l’incubo di una razzia, della peste o di una carestia pronte a sconvolgere tutti i piani di gioco.
Per la prima volta, uno dei più importanti gruppi bancari europei utilizza come strumento di comunicazione e divulgazione della sua nobile sede ( Palazzo Magnani) un gioco di carte; il palazzo infatti, recentemente restaurato, è la sede di Unicredit.
E Palumbo? Venite a Lucca e lo saprete.
venerdì 21 settembre 2012
dell'Elmo e della Rivolta - addenda estive
PROLOGO: Da qualche anno, ho una ossessione: guardo e riguardo in successione, anche casuale, "La dolce vita" e "8 e 1/2" di Federico Fellini. Li sento due film profondamente vicini al mio tempo; il primo è del 1960, il secondo del 1963, io nasco nel 1964. Sono film che raccontano l'Italia, le sue altezze e le sue bassezze, le sue ansie e il suo provincialismo invincibile... Sono film che si possono vedere come in una scatola cinese: l'uno contiene l'altro. C'è una coppia di scene che soprattutto mi lega a quei film, quelle in cui il protagonista incontra il padre. Ne "La dolce vita"Mastroianni incontra il padre in Via Veneto, quasi per combinazione e poi lo porta a divertirsi in un tabarin un po' fuori moda... In "8 e 1/2", Mastroianni lo vede in sogno, in una cappella funebre e lo accompagna a scendere nella fossa, con dolcezza straziante. Il padre è lo stesso attore in entrambi i film: Annibale Ninchi.
Adesso, che ho provato nella carne cosa vuol dire quella scena di "8 e 1/2" e ho accompagnato mio padre tra le ombre, trovo in Annibale Ninchi i tratti di mio padre e penso a quanto mi sia stata di compagnia e conforto quella scena prima e dopo la mia tragedia famigliare.
ESTATE: Avevo riscoperto la scorsa estate, mentre la tragedia era in corso, questa bella collana della Cappelli, "Dal soggetto al film", curata da Renzo Renzi. Avevo cominciato a leggere il volume dedicato a "8 e 1/2", scritto da Camilla Cederna. Quest'estate l'ho terminato e ho letto quello dedicato a "La dolce vita" scritto da Tullio Kezich. Due instant book, si direbbe oggi, scritti mentre i film ancora erano in lavorazione, stavano per entrare in sala... E scopro anzi mi si rivela un nuovo suggestivo legame con quei film. Annibale (un nome, un destino anche qua) Ninchi dice a Kezich:
"Ho avuto la disgrazia di cominciare (e di finire, potrei dire, perché ho fatto solo un'altra apparizione, per far piacere a Salvini, in "Adriana Lecouvreur") con "Scipione l'Africano". Fu un'esperienza penosa, che mi lasciò un trauma psichico. Quando il film apparve sugli schermi non volevo nemmeno uscire di casa". Perciò l'attore considerò chiusa la partita con il cinema finché non lo chiamarono per il provino con Fellini... Quell'attore/padre era apparso in due film feticcio per me, e, prima di quelli, nel film di Carmine Gallone che avevo disegnato la scorsa estate in "L'elmo e la rivolta", mentre perdevo mio padre. Sempre nello stesso libro, a proposito di Gallone, ecco cosa riporta Kezich:
"Un abbraccio al leone (23 aprile). - Mentre la macchina sta uscendo da Cinecittà, Fellini grida: "Ferma, ferma", e si precipita fuori ad abbracciare un personaggio vestito come il manifesto di Aristide Bruant disegnato da Lautrec. È Carmine Gallone, che sta per cominciare "Cartagine in Fiamme". I due parlano animatamente, abbracciandosi di continuo, dandosi delle manate sulle spalle. Fellini torna in macchina tutto allegro e dice: "Mi fa sempre piacere abbracciare il vecchio leone. Il fatto è che mi tratta, dall'alto dei suoi cento film, come se fossi un esordiente. Ma che dico? Uno che deve cominciare domani. Quando vedo questo colosso del cinema italiano mi sento come un bambino. Mi ha detto: "Comincio "Cartagine in fiamme". Vieni a trovarmi. Farò delle cose che a te piaceranno molto...".
Se penso che una delle ultime copertine che ho disegnato è stata proprio per un libro, "Il peplum di Emilio", scritto dal mio sodale de "L'elmo e la rivolta", Luciano Curreri, ed è dedicata proprio a "Cartagine in fiamme", viene da pensare...
EPILOGO: De "L'elmo e la rivolta"c'è stata una bella presentazione agostana a Bitonto, complice la libreria Hamelin e il Comune: bella e tanta gente. E poi un paio di nuove recensioni, de Il Corriere del Ticino e de Il Cittadino, che ringrazio (anche a nome del Curreri) e aggiungo...
Adesso, che ho provato nella carne cosa vuol dire quella scena di "8 e 1/2" e ho accompagnato mio padre tra le ombre, trovo in Annibale Ninchi i tratti di mio padre e penso a quanto mi sia stata di compagnia e conforto quella scena prima e dopo la mia tragedia famigliare.
ESTATE: Avevo riscoperto la scorsa estate, mentre la tragedia era in corso, questa bella collana della Cappelli, "Dal soggetto al film", curata da Renzo Renzi. Avevo cominciato a leggere il volume dedicato a "8 e 1/2", scritto da Camilla Cederna. Quest'estate l'ho terminato e ho letto quello dedicato a "La dolce vita" scritto da Tullio Kezich. Due instant book, si direbbe oggi, scritti mentre i film ancora erano in lavorazione, stavano per entrare in sala... E scopro anzi mi si rivela un nuovo suggestivo legame con quei film. Annibale (un nome, un destino anche qua) Ninchi dice a Kezich:
"Ho avuto la disgrazia di cominciare (e di finire, potrei dire, perché ho fatto solo un'altra apparizione, per far piacere a Salvini, in "Adriana Lecouvreur") con "Scipione l'Africano". Fu un'esperienza penosa, che mi lasciò un trauma psichico. Quando il film apparve sugli schermi non volevo nemmeno uscire di casa". Perciò l'attore considerò chiusa la partita con il cinema finché non lo chiamarono per il provino con Fellini... Quell'attore/padre era apparso in due film feticcio per me, e, prima di quelli, nel film di Carmine Gallone che avevo disegnato la scorsa estate in "L'elmo e la rivolta", mentre perdevo mio padre. Sempre nello stesso libro, a proposito di Gallone, ecco cosa riporta Kezich:
"Un abbraccio al leone (23 aprile). - Mentre la macchina sta uscendo da Cinecittà, Fellini grida: "Ferma, ferma", e si precipita fuori ad abbracciare un personaggio vestito come il manifesto di Aristide Bruant disegnato da Lautrec. È Carmine Gallone, che sta per cominciare "Cartagine in Fiamme". I due parlano animatamente, abbracciandosi di continuo, dandosi delle manate sulle spalle. Fellini torna in macchina tutto allegro e dice: "Mi fa sempre piacere abbracciare il vecchio leone. Il fatto è che mi tratta, dall'alto dei suoi cento film, come se fossi un esordiente. Ma che dico? Uno che deve cominciare domani. Quando vedo questo colosso del cinema italiano mi sento come un bambino. Mi ha detto: "Comincio "Cartagine in fiamme". Vieni a trovarmi. Farò delle cose che a te piaceranno molto...".
Se penso che una delle ultime copertine che ho disegnato è stata proprio per un libro, "Il peplum di Emilio", scritto dal mio sodale de "L'elmo e la rivolta", Luciano Curreri, ed è dedicata proprio a "Cartagine in fiamme", viene da pensare...
EPILOGO: De "L'elmo e la rivolta"c'è stata una bella presentazione agostana a Bitonto, complice la libreria Hamelin e il Comune: bella e tanta gente. E poi un paio di nuove recensioni, de Il Corriere del Ticino e de Il Cittadino, che ringrazio (anche a nome del Curreri) e aggiungo...
sabato 21 luglio 2012
Zivago e Palumbo su Radio Rai 1
Oggi su RadioRai1, nel corso del programma "In Europa" si parlerà di Zivago e di fumetti. Tra le 9'30 e le 10 del mattino.
mercoledì 6 giugno 2012
Potenza, RedHouse, BIF e L'elmo e la rivolta secondo Antonio D'Andria
Il 7, 8 e 9 giugno si conclude il primo anno di attività della Red House Lab di Potenza, scuola di fumetto e non solo in Potenza, Basilicata. Si conclude con una festa, una serie di performance, tra cui quella di Action30 il 9, e con una cerimonia degli avvii: si getteranno le basi di una Biennale del Fumetto a Matera. Waiting for BIF è il nome della situazione.
Intanto per restare in tema elmorivoltoso, vi propongo una breve relazione di Antonio D'Andria dell'Università di Basilicata, che presentò il "nostro" graphic essai a Potenza, quest'inverno. A corredo uno schizzo da una delle tappe dello spring tour e un articolo a suo tempo uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno.
Ci vediamo a Potenza.
A margine de L’elmo e la rivolta: alle origini dei surplus mitici novecenteschi
L’elmo e la rivolta pone in evidenza, in modo icastico e facilmente raggiungibile, il fatto che il simbolo è, da sempre, segno prediletto delle strategie di comunicazione di un messaggio, dall’Egitto faraonico alla moderna pubblicità. Fu, però, nella temperie degli eventi rivoluzionari e risorgimentali che esso prese piede come presentazione visiva ed immediata di principi e ideologie.
L’uso del simbolo fu spesso complicato dalle implicazioni culturali ed ideologiche delle due parti in conflitto e dal recupero di strategie di comunicazione legate alla cultura rivoluzionaria e/o popolare. Se, quindi, la comunicazione scritta ebbe vasto ed articolato dispiegamento di generi e modi retorici e linguistici, nondimeno anche l’uso iconico del simbolo e dell’allegoria fu altrettanto articolato, sia in forma scritta che in forma visuale: dunque, si ha una prima forma, più legata alla visualizzazione, quindi all’impatto con il popolo; una seconda, molto meno incidente, ma destinata ad una fortuna “postuma” ben più grande, legata alla comunicazione scritta. In tal senso, allegoria e simbolo vanno distinti: l’una, come strumento maggiormente legato alla comunicazione immediata di concetti e programmi; l’altro, più legato alla cultura ed alla produzione scritta, ma assai meno incisivo e vincente. Dal 1799 al 1860 si nota, in Italia ed in Europa, il rincorrersi, a livello giornalistico, pamphlettistico e di stampe popolari, di messaggi-simbolo d’indirizzo politico, nell’intento di tenere insieme diritto-dovere di resistenza repubblicana, fortemente alimentato, con il richiamo all’antico, da un rinnovato e rinvigorito senso religioso della patria.
Il lungo Ottocento liberale vide anche un uso particolarissimo delle allegorie, vere “bandiere” del sentire e dell’agire repubblicano, in cui l’antico si univa al simbolismo politico per coniare immagini della Repubblica molto particolari.
Il terreno sul quale l’uso dei simboli si fece più massiccio è, però, dato dalla comunicazione verso il popolo e dall’uso, come si è detto, di simboli eroici e/o devozionali, vera esemplificazione del fatto che, come rileva Hans Biedermann, «ogni uomo possiede una propria mitologia ed eleva al rango di simboli determinate persone, reali o mitiche».
Si nota, infatti, una netta contrapposizione tra due ideali eroici: quello rivoluzionario, laico e “alto”, ispirato al modello classico, contro l’ideale controrivoluzionario, “basso” e legato alla devozione popolare. Importanti erano i richiami a quegli eroi pagani appartenuti al passato classico, inteso quale luogo delle grandi gesta e delle grandi personalità ricontestualizzate e attualizzate simbolicamente,per poi costituire ‘’modelli’ di emulazione.
L’eroe, come ha sottolineato Luigi Mascilli Migliorini, è “chi è in grado di sentire il «bisogno di credere»”. Vale a dire che in questo periodo, accanto al tradizionale eroe classico, vengono poste in risalto dalla pubblicistica e dalla propaganda figure nelle quali individuare certamente personaggi d’eccezione, ma che sono tali poiché la loro eccezionalità è posta al servizio di una causa. Si tratta, ovviamente, di un simbolo civile, concreto, che risulta armonizzare l’individualismo, il sociale e la storia: eroi, ma al tempo stesso uomini. È, ovviamente, poiché di simbolo concreto stiamo parlando, di un’armonia contrastata e mai compiuta, perché, come evidenziava già Leopardi: «Un uomo grande non è mai perfetto. L’eroismo e la perfezione sono cose contraddittorie. Ogni eroe è imperfetto. Tali erano gli eroi antichi […], tale era l’idea che essi avevano del carattere eroico».
Antonio D’Andria
A margine de L’elmo e la rivolta: alle origini dei surplus mitici novecenteschi
L’elmo e la rivolta pone in evidenza, in modo icastico e facilmente raggiungibile, il fatto che il simbolo è, da sempre, segno prediletto delle strategie di comunicazione di un messaggio, dall’Egitto faraonico alla moderna pubblicità. Fu, però, nella temperie degli eventi rivoluzionari e risorgimentali che esso prese piede come presentazione visiva ed immediata di principi e ideologie.
L’uso del simbolo fu spesso complicato dalle implicazioni culturali ed ideologiche delle due parti in conflitto e dal recupero di strategie di comunicazione legate alla cultura rivoluzionaria e/o popolare. Se, quindi, la comunicazione scritta ebbe vasto ed articolato dispiegamento di generi e modi retorici e linguistici, nondimeno anche l’uso iconico del simbolo e dell’allegoria fu altrettanto articolato, sia in forma scritta che in forma visuale: dunque, si ha una prima forma, più legata alla visualizzazione, quindi all’impatto con il popolo; una seconda, molto meno incidente, ma destinata ad una fortuna “postuma” ben più grande, legata alla comunicazione scritta. In tal senso, allegoria e simbolo vanno distinti: l’una, come strumento maggiormente legato alla comunicazione immediata di concetti e programmi; l’altro, più legato alla cultura ed alla produzione scritta, ma assai meno incisivo e vincente. Dal 1799 al 1860 si nota, in Italia ed in Europa, il rincorrersi, a livello giornalistico, pamphlettistico e di stampe popolari, di messaggi-simbolo d’indirizzo politico, nell’intento di tenere insieme diritto-dovere di resistenza repubblicana, fortemente alimentato, con il richiamo all’antico, da un rinnovato e rinvigorito senso religioso della patria.
Il lungo Ottocento liberale vide anche un uso particolarissimo delle allegorie, vere “bandiere” del sentire e dell’agire repubblicano, in cui l’antico si univa al simbolismo politico per coniare immagini della Repubblica molto particolari.
Il terreno sul quale l’uso dei simboli si fece più massiccio è, però, dato dalla comunicazione verso il popolo e dall’uso, come si è detto, di simboli eroici e/o devozionali, vera esemplificazione del fatto che, come rileva Hans Biedermann, «ogni uomo possiede una propria mitologia ed eleva al rango di simboli determinate persone, reali o mitiche».
Si nota, infatti, una netta contrapposizione tra due ideali eroici: quello rivoluzionario, laico e “alto”, ispirato al modello classico, contro l’ideale controrivoluzionario, “basso” e legato alla devozione popolare. Importanti erano i richiami a quegli eroi pagani appartenuti al passato classico, inteso quale luogo delle grandi gesta e delle grandi personalità ricontestualizzate e attualizzate simbolicamente,per poi costituire ‘’modelli’ di emulazione.
L’eroe, come ha sottolineato Luigi Mascilli Migliorini, è “chi è in grado di sentire il «bisogno di credere»”. Vale a dire che in questo periodo, accanto al tradizionale eroe classico, vengono poste in risalto dalla pubblicistica e dalla propaganda figure nelle quali individuare certamente personaggi d’eccezione, ma che sono tali poiché la loro eccezionalità è posta al servizio di una causa. Si tratta, ovviamente, di un simbolo civile, concreto, che risulta armonizzare l’individualismo, il sociale e la storia: eroi, ma al tempo stesso uomini. È, ovviamente, poiché di simbolo concreto stiamo parlando, di un’armonia contrastata e mai compiuta, perché, come evidenziava già Leopardi: «Un uomo grande non è mai perfetto. L’eroismo e la perfezione sono cose contraddittorie. Ogni eroe è imperfetto. Tali erano gli eroi antichi […], tale era l’idea che essi avevano del carattere eroico».
Antonio D’Andria
martedì 5 giugno 2012
L'elmo e la rivolta - Lucania minitour 2012
Senza preavviso, il "nostro" metafumetto dedicato a Spartaco e Scipione, torna nei luoghi dove Spartaco diede l'ultimo colpo di spada contro i Romani, in due occasioni. La prima al Malatesta, osteria anarchica, nell'ambito di una iniziativa condotta da Adele Caputo "LA LIBERTA' DELL'ARTE-SPAZIO DI REALE AUTONOMIA PER CRESCERE." Per un bel reportage si veda il blog di Andrea Semplici, che da par suo scrisse e fotografò, a seguito di una bella serata davanti a polpette e vino rosso. La seconda è stata a Balloon, festa del fumetto e della letteratura per ragazzi, a Policoro, dove, davanti a numeroso e partecipe pubblico, si è ampiamente discusso di corvi pasoliniani e di spartachi e scipioni...
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